La guerra del Golfo, il mercato energetico in crisi, l’aumento dei prezzi dei prodotti petroliferi. A un mese dall’attacco congiunto di Israele e Stati Uniti contro l’Iran, inizia la conta reale dei danni provocati dal conflitto in corso. La risposta del governo italiano è stata varare un decreto-legge entrato in vigore lo scorso 19 marzo, che pone un freno alle accise sui carburanti di 20 giorni, ma dal 7 aprile 2026 la riduzione di 25 centesimi al litro dovrebbe interrompersi.
Nel frattempo il Parlamento iraniano si prepara a discutere una legge per introdurre un pedaggio per le navi che transitano lungo lo Stretto di Hormuz, il corridoio marittimo che separa la penisola arabica dall’Iran e che rappresenta uno dei passaggi energetici più importanti al mondo. Da qui infatti transita oltre un quinto del petrolio mondiale trasportato via mare e più del 30% del gas naturale liquefatto. Se la legge sarà finalizzata, si dovrà pagare una sorta di dazio, un pedaggio, dal costo ancora sconosciuto.
Abbiamo discusso con il presidente di UNATRAS – Unione Nazionale Associazioni Autotrasporto Merci, Paolo Uggè, di come i diversi fattori appena citati incidano sul settore dei trasporti. Qui di seguito l’intervista completa.
La guerra del Golfo e la crisi energetica
Intervista a Paolo Uggè, presidente di UNATRAS – Unione Nazionale Associazioni Autotrasporto Merci.
Crede che la guerra in atto abbia inciso notevolmente sull’andamento dei mercati energetici o che il problema fosse già presente, magari latente?
«No, su questo è sicuramente accertato che la guerra che è scoppiata nel Medio Oriente sta influendo significativamente su quello che è l’andamento dei prezzi dei prodotti petroliferi. Però a questo bisogna anche aggiungere che una parte significativa la fa anche l’intermediazione parassitaria o se vogliamo intermediazione speculatrice, perché assistiamo a un fenomeno abbastanza ridicolo. Il gasolio aumenta prima che ci sia la determinazione effettiva dell’incremento del prezzo – solo l’annuncio – ma quando il petrolio diminuisce, il gasolio non diminuisce e questo dimostra che evidentemente c’è un’iniziativa speculatrice da parte di coloro che gestiscono i traffici che commercializzano i prodotti petroliferi».
Secondo i dati riportati dal Mimit (26 marzo) il prezzo della benzina in Italia è aumentato nell’ultimo mese del 7,5%. Analoga dinamica per il gasolio: l’incremento in Italia è stato del +18,9%. Parliamo di numeri dannosi per l’economia del Paese o di aumenti che ci sono sempre stati e che vengono messi alla luce a causa del conflitto?
«Che ci siano delle esagerazioni rispetto a quelle che sono le conseguenze derivanti da questa guerra non può non essere riconosciuto. Indubbiamente ci sono notizie ansiogene, ma il fatto è un altro: è che le imprese di autotrasporto stanno registrando significativamente incrementi non solo sul gasolio, ma addirittura del prodotto che viene rifornito in extra rete, che viene acquistato dalle imprese di autotrasporto in quantità maggiore e quindi con un prezzo inferiore. Ebbene lì, il prezzo che era notevolmente inferiore rispetto a quello praticato sulla rete è invece incrementato addirittura in alcuni casi superando il prezzo della rete. Questo dimostra chiaramente che c’è una speculazione in atto e il Governo dovrebbe intervenire e applicare quelle che sono le sanzioni perché io credo che sia un’iniziativa vergognosa che va contro gli interessi del Paese».

La reazione del governo italiano
Passiamo al Decreto carburanti. Lei viene dalla Res publica, quindi conoscerà benissimo tempi e modalità burocratiche. Questo decreto è stato pianificato in circa 30 minuti e approvato da Mattarella direttamente da Salamanca. Vede delle falle all’interno del decreto?
«Innanzitutto una falla evidente è che si deve fare chiarezza. Chi sono i destinatari di quei 100 milioni (credito d’imposta, ndr) che sono insufficienti a coprire quello che è l’incremento dei costi sopportato dalle imprese di autotrasporto? Conto proprio, conto terzi, tutte le realtà che usufruiscono dell’utilizzo del gasolio? Sì il governo è intervenuto, ma ha applicato una norma che rischia di penalizzare le imprese virtuose.
Mi spiego meglio: le imprese che hanno dei contratti scritti hanno la clausola del full charge, quindi, a seconda dell’andamento del prezzo del gasolio c’è un aumento o decremento di quello che è il prezzo del trasporto. Queste imprese, di fatto, siccome utilizzano il credito d’imposta che deriva da un’applicazione della direttiva del 2003 che produceva una riduzione per allineare il più possibile il prezzo del gasolio a livello medio europeo – onde non favorire la concorrenza estera – di fatto viene assorbito da questa misura perché la committenza chiede la riduzione dei prezzi del trasporto, che è una cosa veramente vergognosa e ridicola. Quindi noi chiediamo che il governo finisca di parlare e intervenga con dei fatti concreti e noi abbiamo avanzato delle proposte: creare liquidità alle imprese, incrementare i controlli e la destinazione di questi 100 milioni, perché i 100 milioni sono veramente irrilevanti».
Ci avviciniamo sempre di più ad una data importante, il 7 aprile, perché il taglio sulle accise della durata di 20 giorni sta per terminare. Cosa potrebbe accadere?
«Tutto dipende dalla realtà dei fatti. Cosa succederà, se ci sarà un accordo tra Stati Uniti, Israele e Iran? Ci saranno cambiamenti, ci saranno limitazioni al traffico di Hormuz? Una cosa è certa: il 7 aprile è un momento di rivisitazione del sistema che è stato introdotto da parte del governo e siano adottati quei provvedimenti, che non penalizzino coloro che hanno fatto investimenti e che assicurano al sistema commerciale e produttivo italiano di poter operare, perché senza l’autotrasporto le imprese non operano. E molte imprese mi stanno dicendo “io resisto ancora forse una settimana, dopodiché gli automezzi li tengo fermi perché non riesco più a sostenere questi costi”. Questo è il rischio che si corre».
Il potere dello Stretto di Hormuz
Dall’Iran arriva un piccolo segnale di apertura. Il Parlamento iraniano si starebbe preparando a discutere una legge per introdurre un pedaggio – una sorta di dazio – per le navi che transitano nello stretto di Hormuz. Se il provvedimento dovesse essere approvato, il passaggio sarebbe quindi soggetto al pagamento di una tariffa. Che impatto avrebbe questa misura sul mercato italiano?
«Dipende un po’ da quello che sarà il pedaggio. È un po’ come l’allarme lanciato sull’incremento di beni di prima necessità per i cittadini italiani dalle catene di distribuzione (supermercati, negozi). Ricordo che su un automezzo pesante viaggiano 28-30 tonnellate di merce, quindi su un chilo di pasta parliamo di circa un centesimo per chilo. Quindi gli incrementi che sono stati annunciati e presentati come incrementi che vanno a danneggiare i cittadini italiani e i consumatori è una cosa un po’ esagerata perché, a grandi linee, su un percorso di 500-600 chilometri un automezzo che trasporta 28 tonnellate ha un incremento di 50-60 euro. Basta suddividere questo incremento per i chili trasportati e si vede quanto può incidere l’incremento del prezzo del trasporto.
Il problema è un altro. Da un lato la committenza mira a massimizzare questa situazione chiedendo riduzione del prezzo di trasporto, dall’altro i trasportatori pagano di più il prezzo del gasolio. E questo non è consentito, non è possibile, perché vuol dire scaricare su altri settori quelle che sono le conseguenze invece di una situazione più generale che dovrebbe far comprendere a tutti di come bisogna agire come Sistema-Paese».
Quindi tutto dipenderà dal costo stesso del pedaggio che potrebbe essere sopportabile, in qualche modo?
«Potrebbe essere sopportabile, perché queste navi non trasportano 10 litri, ma tonnellate di prodotto. Bisogna partire da dati certi e vedere il tipo di incremento, se ci sarà. Le ipotesi sono tante. Può essere un modo dell’Iran per uscire da una situazione, dicendo ai suoi cittadini che ha vinto e che ha costretto l’Occidente a pagare il costo; poi, in realtà, si tradurrebbe in poco, insomma».



