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L’industria alimentare fatica verso la decarbonizzazione

Decarbonizzazione del food & beverage: le maggiori dispersioni energetiche sono ancora nei processi e nella filiera

L’industria alimentare europea continua a confrontarsi con una delle sfide più complesse della transizione energetica: ridurre consumi ed emissioni in un contesto caratterizzato da elevata intensità energetica, volatilità dei prezzi e crescente pressione normativa.

Nonostante i progressi registrati negli ultimi anni sul fronte dell’efficienza e della sostenibilità, il comparto food & beverage rimane tra quelli maggiormente esposti alle difficoltà della decarbonizzazione. A evidenziarlo è Alessandro Brizzi, General Manager di Renovis, che analizza i principali punti critici lungo la catena del valore del settore.

Un comparto energivoro alle prese con la transizione

Con un fatturato che supera i 1.500 miliardi di euro e quasi 5 milioni di occupati, l’industria alimentare rappresenta il principale settore manifatturiero dell’Unione Europea. Allo stesso tempo, però, è tra i comparti che presentano le maggiori complessità in termini di sostenibilità ambientale.

Processi come trasformazione, refrigerazione, conservazione e logistica a temperatura controllata richiedono infatti elevati consumi energetici e continuità operativa, rendendo più difficile la riduzione delle emissioni rispetto ad altri segmenti industriali.

Secondo Brizzi, la trasformazione alimentare rappresenta una delle principali fonti emissive del settore, con un’incidenza particolarmente rilevante nei comparti lattiero-caseario, della carne e della panificazione, dove processi termici e catena del freddo continuano a pesare in modo significativo sui consumi energetici.

Il calore disperso rappresenta una delle principali opportunità

Tra gli interventi più immediatamente applicabili per migliorare l’efficienza energetica, emerge il recupero del calore di scarto.

Nei processi produttivi alimentari una quota significativa dell’energia utilizzata viene infatti dispersa sotto forma di calore attraverso fumi, acque di processo e impianti di refrigerazione. Una risorsa energetica che spesso non viene recuperata nonostante sia già stata sostenuta a livello economico.

Attraverso sistemi di scambio termico e tecnologie dedicate, il calore recuperato può essere riutilizzato per preriscaldare fluidi, alimentare altre fasi produttive o ridurre il fabbisogno energetico complessivo degli stabilimenti.

Secondo l’analisi di Brizzi, si tratta di una delle leve più efficaci per ottenere risultati concreti nel breve periodo, anche se la diffusione di queste soluzioni rimane ancora limitata, soprattutto nelle piccole e medie imprese, spesso frenate dagli investimenti iniziali e dalla complessità di integrazione negli impianti esistenti.

La vera sfida si chiama Scope 3

Se l’efficienza energetica rappresenta un tassello fondamentale, la principale criticità per il settore si trova però oltre i confini degli stabilimenti produttivi.

Le emissioni dirette (Scope 1) e quelle legate all’energia acquistata (Scope 2) incidono infatti solo marginalmente sul bilancio complessivo del comparto. La quota predominante delle emissioni è riconducibile allo Scope 3, ovvero alle attività della filiera a monte e a valle dell’impresa.

Secondo i dati più recenti, circa l’88% delle emissioni complessive del food & beverage deriva proprio dalla supply chain, mentre la sola produzione agricola delle materie prime è responsabile di oltre due terzi dell’impatto climatico totale.

“Per comprendere realmente il profilo emissivo del settore è necessario uscire dai confini dell’industria e guardare all’intera catena del valore”, osserva Brizzi.

Differenze tra lattiero-caseario, carne e bakery

La complessità della decarbonizzazione varia sensibilmente tra i diversi segmenti del food & beverage.

Nel settore lattiero-caseario e nella produzione di carne, il peso maggiore deriva dalle emissioni legate agli allevamenti, alla gestione dei mangimi e alle emissioni di metano, che rappresentano la componente dominante dell’impatto ambientale.

Nel comparto bakery, invece, una quota significativa delle emissioni si concentra nella fase agricola, in particolare nella coltivazione dei cereali e nell’utilizzo di fertilizzanti azotati.

Queste differenze rendono difficile individuare strategie uniformi e richiedono approcci specifici per ciascuna filiera produttiva.

Innovazione e filiere agricole al centro del cambiamento

Secondo gli esperti, la decarbonizzazione del settore non potrà limitarsi alla riduzione dei consumi energetici negli stabilimenti.

Le maggiori opportunità di miglioramento passeranno da tecnologie come pompe di calore industriali, elettrificazione dei processi termici, sistemi avanzati di gestione energetica e recupero del calore, ma anche da una profonda trasformazione delle filiere agricole.

Agricoltura rigenerativa, pratiche produttive a minore intensità emissiva e maggiore tracciabilità lungo la supply chain rappresentano infatti i principali ambiti nei quali il settore può ottenere riduzioni significative delle emissioni.

Un banco di prova per la transizione energetica

La crescente attenzione dei consumatori verso l’impatto ambientale dei prodotti alimentari e l’evoluzione del quadro normativo europeo stanno accelerando il cambiamento. Restano tuttavia aperte numerose criticità, tra cui l’accesso ai capitali per le PMI, la qualità dei dati di filiera e la necessità di conciliare sostenibilità, competitività e sicurezza alimentare.

Per questo motivo il food & beverage viene sempre più considerato uno dei principali banchi di prova della transizione energetica globale. Un settore nel quale la sfida non consiste soltanto nel ridurre i consumi, ma nel ripensare l’intera catena del valore, dalla produzione agricola fino al prodotto finale.

A. Trapani
A. Trapanihttps://www.andreatrapani.com
Redattore e Responsabile Area Web Trasportare Oggi in Europa