martedì, 28 Giugno 2022
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In ritardo le infrastrutture in Italia

L’Italia è in notevole ritardo negli investimenti per nuove infrastrutture nel settore ferrotranviario e i nuovi progetti sono modesti, ma nonostante una debole domanda domestica l’industria italiana di questo comparto è riuscita comunque a mantenere una forte capacità di esportazione all’estero. E’ quanto si legge nella nuova “Ricerca sull’industria ferroviaria europea e sul ruolo della domanda pubblica”, appena pubblicata dal CESIT, il Centro Studi sui Sistemi di Trasporto “Carlo Mario Guerci”. Questo studio fotografa il settore ferrotranviario italiano – sia dal punto di vista degli investimenti, che da quello delle imprese di costruzione – e lo mette a paragone con le omologhe realtà europee.

Secondo la ricerca del CESIT, gli investimenti italiani in sistemi e infrastrutture “sono piuttosto modesti, almeno se confrontati con quelli dei principali Paesi europei” e “scarsi sono stati gli investimenti in materiale rotabile, operati in particolar modo da Trenitalia”, mentre “la priorità di spesa in questi ultimi anni e nei prossimi è legata soprattutto allo sviluppo dell’Alta Velocità ferroviaria”. Infatti, il valore medio degli ordini annui all’industria di nuovo materiale rotabile nell’ultimo quinquennio in Italia ha toccato circa i 450 milioni di euro, quando invece nei maggiori Paesi europei è dell’ordine degli 1-1,5 miliardi all’anno.

Buone notizie, invece, sul fronte delle aziende nazionali specializzate nella costruzione di veicoli e sistemi ferroviari e della loro capacità di lavoro all’estero. “L’industria ferrotranviaria italiana”, afferma il CESIT, che ha un osservatorio sul settore da più di 30 anni, “ha mantenuto nonostante la crisi una forte capacità di esportazione, superiore in termini di tassi di crescita anche all’industria tedesca e francese”. In particolare, il tasso di crescita del comparto industriale italiano dal 2005 al 2010 ha avuto un aumento del 90%, contro l’82% della Francia, il 47% della Germania e il 38% della Spagna.

Nel nostro Paese, infatti, esiste una forte competenza industriale posseduta sia da aziende italiane, (come Ansaldo Breda e Ansaldo STS), sia da stabilimenti dei principali gruppi mondiali (Alstom, Bombardier, KnorrBremse, Faiveley), che fanno riferimento per circa l’80% a fornitori italiani, di cui circa 100 di primo livello e circa 400 pmi specializzate nel settore, con un’occupazione complessiva stimata pari a più di 30mila addetti. Si tratta dunque di un patrimonio industriale nazionale da salvaguardare e sostenere nel pieno rispetto delle regole della concorrenza e dello sviluppo.

“Tuttavia in Italia, anche se i principali player sono pubblici e controllati dal gruppo Finmeccanica”, ha commentato il prof. Riccardo Mercurio, direttore scientifico del CESIT e responsabile di questa ricerca, “manca una politica industriale che sappia coniugare le esigenze di sviluppo internazionale di un’industria nazionale. Tale disallineamento appare estremamente miope, soprattutto considerando le prospettive di crescita del mercato mondiale. Ci auguriamo che il nuovo governo voglia affrontare presto questa situazione, che può avere anche ripercussioni importanti sulle esigenze di tutela sociale ed occupazionale soprattutto in alcune regioni, come Piemonte, Toscana, Lazio e Campania”.

Da Consorzio CESIT

Luca Barassi
Luca Barassi
Direttore editoriale e responsabile.
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