martedì, 28 Giugno 2022
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Ford: Connect, il Transit evoluto

Sono stati frenetici, quei giorni di inizio inverno in cui al variegato team di Trasportare Oggi è finito nelle mani il Transit Connect.Il compatto Ford è stato consegnato comme d’habitude in quel di Milano. Dalla capitale meneghina, che battezza tutti in nome del traffico, del parcheggio e delle zone a traffico limitato, via dalla pazza folla, verso la montagna, verso la Val Sassina, attraverso hinterland e autostrada prima, e salite ardite poi. E ritorno, purtroppo (si sta bene, lassù, e ci sta bene pure un mezzo solo apparentemente dallo spiccato look urbano come il Connect). Non è finita lì: a seguire, qualche giorno di Lombardia extrameneghina: Rho, Lecco, Varese, e poi “go south”, verso Modena, questa volta non per piacere ma per necessità.Alla fine, il contachilometri riportava una certa cifra, una bella percorrenza per questo rito di Toe dell’impressione di guida. Abbastanza da trasformare le impressioni in discrete certezze.

Rifornimento? C’è tempo

La prima di queste certezze si è manifestata all’improvvisa verifica della strada percorsa senza mai fermarsi in una stazione di rifornimento. Guidando con un po’ d’attenzione, ma senza dover impazzire nel controllo del veicolo, insomma “adelante con juicio”, come dicono i latinos, nel tratto autostradale si sta poco sopra i 5 litri ogni 100 km. Mentre in città, pur in presenza di una guida oggettivamente più problematica, difficilmente si arriva agli 8, con il misto a fare da media praticamente perfetta.Niente male davvero, per questo piccolo lavoratore che già a partire da questo dato si pone in netta competizione con i suoi pari categoria. Il motore è il Duratorq da 1,8 litri Tdci, un diesel che Ford propone sul Connect a tre differenti livelli di potenza: 75, 90 e 110 Cv. Elastico e poco rumoroso, garantisce un discreto comfort di guida, in ogni tipo di percorso, e ha quel tipo di personalità abbastanza spiccata che ormai ci si attende da questo tipo di soluzioni per il trasporto, ormai molto simili alle vetture anche dal punto di vista della brillantezza delle prestazioni.Sul lungo, in autostrada e nelle dritte statali padane, quando il regime dei giri è elevato e il tachimetro sembra ormai aver lasciato stabilmente la tacca dei 100 km orari, il rombo si fa un po’ più rumoroso e insistente, e il motore sembra patire un poco, come se dopo la quinta chiedesse una marcia in più. E in effetti una sesta non ci starebbe male, su questo Ford pur concepito per una più tranquilla vita urbana o poco più: perché si sa che, per quanto un mezzo sia destinato a passare quasi tutta la sua vita sempre nel solito anello di percorrenza, quando lo si abbandona per orizzonti più aperti una mancanza del genere si nota subito.

Spazioso, accessoriato e intelligente

La versione avuta in prova da Toe aveva due sedili, dei quali quello passeggero completamente risistemabile per creare ulteriore spazio di carico, e una griglia come divisorio tra l’abitacolo e il vano di carico, molto utile e ben fatta, primo accorgimento immediatamente visibile di una lista di altri dettagli che si scoprono con l’utilizzo.Proprio dietro al sedile, infatti, è sistemato il kit per il cambio dei pneumatici, che non richiede quindi di smontare parte del mezzo come ormai, per evidenti motivi di sistemazione e ottimizzazione degli spazi, capita su molti altri quattroruote: qui gli attrezzi sono immediatamente disponibili e comodi, la soluzione è semplice e intelligente.I due posti sono comodi, e l’attenzione riservata allo spazio vitale è evidente anche a partire dal fatto, non così comune, che pure la scheda tecnica preparata dall’ufficio informazioni della Casa costruttrice ha pensato di specificarli. Quello che la scheda non cita è il comparto portadocumenti (ma non solo e non necessariamente) posto in alto, sopra la testa dei passeggeri, ampio e molto comodo.Il vano di carico è spazioso, con un accesso basso e comodo, dentro ci si sta anche in posizione eretta, a meno che non si sia giocatori dell’Nba, e la presenza dei geniali pulsanti di fermo dei portelloni posteriori, che bloccano l’apertura a 90 e a 180 gradi, è non poco d’aiuto.Gli specchietti retrovisori esterni sono elettrici con comandi facilmente raggiungibili, elemento sul quale come è ormai prassi questa rivista insiste con frequenza ritenendolo un compendio alla sicurezza, più che alla comodità, e fa piacere constatare per semplice coincidenza – posto che le coincidenze esistano – che ultimamente i mezzi provati soddisfacevano tutti questa semplice richiesta. La radio con lettore cd è stata d’aiuto a trascorrere più lieti i tempi di percorrenza, mentre per il navigatore presente a bordo vale in parte il discorso fatto per gli specchietti: in questo caso non si tratta di sicurezza, ma di efficienza del lavoro. Occuparsi di trasporto e di consegna delle merci oggi senza un navigatore significa ignorare un compendio tecnologico ormai diffusissimo e dai costi ormai molto contenuti, che non incide così tanto sul prezzo finale di un veicolo ma al tempo stesso, per chi saggiamente decide di metterselo a bordo, alla prima zona industriale priva di segnaletica e indicazioni, la mezz’ora risparmiata a girare tra i capannoni ripaga della somma sborsata.

La riserva intelligente

La chiusura centralizzata intelligente è ormai anch’essa un elemento non scontato che sta trasformandosi in una sorta di consuetudine: nel caso del Connect con un tasto si aprono solo le porte, con un altro si accede al vano, e con il terzo si aprono e chiudono entrambi.Meno banale – posto che banale non è il termine giusto, come spiegato – è l’indicatore dell’autonomia che segnala i suoi dati dal centro della plancia: una volta superato una certa quota di consumi del serbatoio, iniziano a comparire i km ancora percorribili fino a che non si è a secco. Una sorta di riserva intelligente, che non si limita a un semplice pallino rosso e che fornisce un’informazione in più, ma che curiosamente, pur trattandosi del classico uovo di Colombo, non è così diffuso come ci si aspetterebbe. Anzi, nel 2009 un indicatore di questo tipo dovrebbe essere montato anche sulle biciclette, altro che veicoli commerciali!

Un destino da tuttofare

Come in parte già detto, l’elemento naturale di vita di un veicolo come questo dovrebbe essere dalla periferia verso la città, e ritorno, mentre nel corso di questa prova il menù è stato un po’ variato. Il problema dei compatti, e questo lo è per molti positivi aspetti, è che sopra un certo tonnellaggio si può stabilire tutto sommato con certezza che non si vedranno mai certi colossi in talune sfortunate stradine. Anzi no, succede di incrociarli quando si perdono, sbagliano strada, e poi si affaticano a fare improbabili inversioni che bloccano il traffico: ecco, non è il caso. Un piccolo, invece, anche se teoricamente sembra destinato per tutto il tempo a fare sempre lo stesso tipo di tragitto, può trovarsi ad affrontare in realtà contesti abbastanza differenti, e quindi è difficile imporgli dei limiti precisi in fase di progettazione. Un Connect va appunto benissimo in città, ma come sappiamo il tessuto abitativo di questo Paese lungo e stretto, millenario e inerpicato, è un po’ meno prevedibile di così. La piccola latteria di montagna che necessita di una buona capacità di carico, pur se non eccessiva, per svolgere le sue consegne, si troverà magari ad arrampicarsi per strade e stradine imprevedibili anche per le capre. Deve potersi approcciare al fosso se incrocia qualcuno in direzione opposta in qualche restringimento drastico, deve poter salire senza strozzare le marce, anche a pieno carico, e quindi ha bisogno di un motore adeguato, e deve poter andare da A a B in scioltezza, quelle rare volte che ce n’è bisogno, anche quando A e B sono parecchio più lontani di quanto lo siano di solito i punti sulla mappa. Il Connect non se la cava male, quando è fuori dal suo elemento originario, e tanto basta a farne un compagno di lavoro affidabile, uno di quelli a cui si può chiedere anche qualche sforzo imprevisto.

Luca Barassi
Luca Barassi
Direttore editoriale e responsabile.
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